L’amore ritrovato: da uno scavo archeologico sulla Via Appia, le lettere di un amore impossibile degli anni ‘20

Sono chiamate capsule del tempo e contengono oggetti o informazioni destinate ad essere ritrovate in un’epoca futura. Le abbiamo spedite nello spazio o sotterrate, per far conoscere ai posteri o a popoli di pianeti lontani, quello che siamo stati. Le abbiamo anche raccontate al cinema: Nicolas Cage, nel film Segnali dal futuro (Knowing), cercava di decifrare una serie di numeri senza un apparente senso.

A Roma nel 1999 ne sono state ritrovate due contenenti un linguaggio ancor più complicato e per certi versi indecifrabile: quello dell’amore.

A circa 500 metri di distanza dal Mausoleo di Cecilia Metella, sulla via Appia Antica, sorge il complesso archeologico di Capo di Bove. In questa area verde, di circa 8.600 metri quadrati, acquistata nel 2002 dalla Soprintendenza Archeologica di Roma e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, è stato portato alla luce un impianto termale della metà del II secolo d.C. con fasi edilizie che arrivano fino al IV secolo.

Delle terme rimangono decine di ambienti, pavimentazioni a mosaico e in marmo colorato, vasche idrauliche, tubuli in terracotta, l’impianto fognario e porzioni dei rivestimenti in lastre di marmo e intonaco dipinto.

Nell’edificio principale, che presenta una caratteristica cortina muraria di materiali antichi di recupero, è custodito l’Archivio Antonio Cederna, padre del movimento ambientalista in Italia che tanto si è battuto per la tutela della Via Appia Antica.

Durante i primi scavi archeologici del 1999, che riguardarono un edificio noto con il nome di “Sepolcro Dorico”, vennero alla luce anche due tubi di piombo della lunghezza di venticinque centimetri. Su entrambi, in caratteri romani, era incisa una data: 30 settembre 1929 e quattro iniziali: “U.H.” e “L.L.”. Al loro interno: lettere d’amore, un amore nato sul posto di lavoro tra Ugo H. sposato e Letizia L. nubile e più giovane di lui.

I due si scrivono per tre anni, fino a quando capiscono che tutto quello che avevano vissuto doveva finire. Ed è in questo modo che Ugo si rivolge all’amata Letizia in una delle ultime lettere:

Tu dici che sapresti sopportare anche questo sacrificio; ma lo dici per amore, sperando di rendermi la pace con lo starmi lontana.

Ti illudi. Io non avrò mai tanta forza e sempre mi vedrai tornare sul tuo cammino per chiederti la grazia d’uno sguardo, d’una parola.

Soffro troppo per non essere così debole dal non ritornare a te sempre, anche se tu mi discacciassi.

Soffro tanto Letizia, che vorrei non esistere più, se un dovere non mi comandasse invece di vivere; ma ho perduto la gioia del vivere.

Avevo trovato in te lo specchio della mia anima – capisci bene – della mia anima; ma era troppo grande ventura poter stringere in pugno un siffatto tesoro!

È sceso, ieri sera, dall’alto della tua finestra aperta, sulla tempesta della mia anima, un raggio di luce e un istante di quiete profonda.

Era un amore impossibile per quei tempi, una storia appassionata e infelice che però l’amante disperato volle salvaguardare.

Ugo chiede a Letizia di consegnargli tutte le lettere che le aveva scritto: erano troppo compromettenti per poter essere conservate in un cassetto. Ma non le distrusse. Le mise infatti in una capsula del tempo, e le sotterrò in una zona di Roma allora quasi irraggiungibile: un tesoro intimo ed universale, capace di coinvolgere gli animi di uomini e donne del nostro tempo, e di arricchire ancora di più, con la loro testimonianza, un luogo pieno di storia e circondato da tanta bellezza.

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